martedì 19 gennaio 2021

LE ORDINAZIONI ANGLICANE

Il papa Leone XIII, con la bolla "Apostolicae Curae" dichiarò che le ordinazioni anglicane, fino ad allora, non erano valide.  Alle stesse conclusioni era pervenuta anche la Chiesa Ortodossa russa: Nel 1886 ci fu un incontro tra anglicani e alcuni vescovi russi, gli anglicani chiesero la reciprocità nel riconoscimento della validità delle rispettive ordinazioni, non se ne fece nulla, gli ortodossi non andarono oltre la semplice cortesia.

La ragione è questa: durante il regno di Enrico VIII, una volta consumata la separazione da Roma, i vescovi continuarono ad essere ordinati validamente, ma con l'avvento del successore Edoardo VI la Chiesa di Inghilterra recepisce molte dottrine luterane, anche ad opera dell'arcivescovo Crammer, validamente ordinato. Crammer, alla morte del re abolisce il Pontificale Romano ed il Messale, sostituendolo con un "Officio di comunione" e con un "Ordinale" pieno di testi provenienti dalla Riforma e di altri del tutto nuovi, che poi nel 1552 modifica nuovamente in senso maggiormente "riformato".  Crammer aveva in mente di escludere dalla nuova liturgia qualunque riferimento al concetto di sacrificio e di sacerdozio. Nel nuovo Ordinale non si accenna quale potestà viene conferita con l'Ordine sacro, in particolare al potere di consacrare e di offrire il sacrificio a Dio, sono inoltre omesse le unzioni ed è omessa la "traditio instrumentorum" (messale, calice, patena, ecc). La preghiera di consacrazione viene abbreviata e separata dalla imposizione delle mani.  Con questo Ordinale vengono consacrati anche 6 vescovi. Con l'avvento di Elisabetta I, la Chiesa di Inghilterra assume nel rito altri aspetti di origine protestante. Elisabetta scelse per la sede primaziale di Canterbury il suo cappellano Matteo Parker, ma nessun vescovo validamente ordinato voleva consacrarlo. Fu ordinato da tre  vescovi ordinati con l'Ordinale di Crammer, uno di questi Barlow non si è certi che fosse stato ordinato vescovo in un qualche modo, mancando ogni documento a riguardo.  Per l'ordinazione fu utilizzata questa formula " «Accipe Spiritum Sanctum ac memento ut exsuscites gratiam Dei, quae in te est per.......... Non enim dedit nobis Deus spiritum timoris, sed virtutis et caritatis et sobrietatis. ...  "  ((Ricevi lo Spirito Santo e ricorda di suscitare la grazia di Dio che è in te per……….  Infatti Dio non ci ha dato uno spirito di paura, ma di virtù, carità et sobrietà), in cui non si parla dell'ufficio episcopale.  Nel 1662, gli anglicani dubitando loro stessi della validità delle loro ordinazioni aggiunsero nella formula di ordinazione espressa nell'ordinale " Accipe Spiritum Sanctum in officium et opus Episcopi in Ecclesia Dei " (Ricevi li Spirito Santo per l’ufficio e la funzione del Vescovo).   Se questa formula può considerarsi accettabile  questo avveniva però dopo 103 anni dalla consacrazione di Parker e in quel tempo non esistevano più vescovi validamente ordinati, con la conseguenza che la successione apostolica era stata interrotta.  Ci sarebbe poi da parlare dell'intenzione dei consacrandi di fare quello che fa la Chiesa, nel conferimento dell'ordine.     Riporto alcuni scritti di ecclesiastici anglicani di vari periodi storici, a partire dallo scisma da Roma, che spiegano bene come intendevano il loro status di ordinati: questi non avrebbero mai inteso ricevere e trasmettere l’ordine sacro così come creduto dalla Chiesa Cattolica, dalle Chiese Ortodosse e come inteso prima della Riforma.  Il vicario di Exton (anglicano), infatti, nell’«Echo» scriveva: «Noi non crediamo vi siano Ordini nel senso cattolico e consideriamo l’imposizione delle mani come una semplice e formale ammissione nel ministero di una denominazione qualunque. Nella Chiesa episcopale (anglicana) noi riceviamo l’ufficio di ministrare al popolo dall’ufficiale capo, il vescovo… Nella nostra Chiesa non esistono né vescovi, né sacerdoti, né sacrifici… Noi siamo soltanto ministri, come i nostri fratelli delle Chiese dissidenti (i protestanti)».   «Con la riforma – scrive un altro ministro anglicano su «The Rock» -  i capi della Chiesa d’Inghilterra si separarono deliberatamente ed effettivamente dalla Chiesa di Roma, ripudiando il suo insegnamento sul sacerdozio e sull’episcopato, e perciò non ebbero mai, nell’ordinare, alcuna intenzione di conferire il sacerdozio, considerando il “sacerdotalismo” come ingiuria al sacerdozio di Cristo…».   E il vescovo anglicano di Liverpool, Dr. Ryle: «L’ecclesiastico della Chiesa romana è un vero prete, il cui principale ufficio è di offrire il sacrificio della Messa; per contro, l’ecclesiastico anglicano in nessun modo è prete: sebbene sia così chiamato, egli è soltanto un presbitero».  L’arcidiacono di Liverpool, Dr. Taylor, aggiungeva: «È un fatto storico che dall’”Ordinale” del 1550 non solo fu esclusa per l’ordinazione la formula sacrificante “accipe potestatem offerre sacrificium”, ma altresì ogni traccia dell’idea di sacrificio e di sacerdozio; è vero che vi è conservata la parola “prete”, ma le funzioni e le manifestazioni proprie del prete sono svanite».   Stando così le cose, nell’ordinazione anglicana, manca la forma e l’intenzione di conferire il diaconato, il presbiterato e l’episcopato così come inteso dalla Chiesa Universale.   Questo si capì da subito: quando il Card. Polo, legato papale in Inghilterra, al tempo della Regina Maria (nel breve ripristino della comunione con Roma; Maria era cattolica) tentò di riordinare le diocesi inglesi, stabilì, con l’approvazione del Papa Paolo IV, che i vescovi venissero riordinati, perché «non servata forma et intentione Ecclesiae».   Sant’Agostino aveva scritto che “La Chiesa dei battezzati è il mistero- .... di Cristo, presente nella Chiesa attraverso l'intenzione del ministro...”.

Dal 1887 si intensificarono i rapporti con i vecchi cattolici fino ad entrare in reciproca comunione e alcuni vescovi furono ordinati tali da vescovi veterocattolici che hanno la successione apostolica.  Altri ancora furono ordinati da vescovi ortodossi.  Gran parte sono stati ordinati all'interno della Chiesa d'Inghilterra,  Tutto questo fa in modo che non si possa dire che la validità delle attuali ordinazioni anglicane si sia ristabilita, per cui i vescovi che aderiscono alla Chiesa Cattolica, (come i primi tre che sono entrati nel nuovo Ordinariato Personale di Nostra Signora di Walsingham) o presbiteri anglicani, sono riordinati sacerdoti "sub conditione", naturalmente a partire dal diaconato.   Essi sono coscienti del dubbio della loro ordinazione e con molta umiltà (assolutamente encomiabile) chiedono alla Chiesa che l'ordinazione sia reiterata.   Certo che se la loro prima ordinazione fosse valida, la nuova non avrebbe efficacia; questo spiega anche perché ai vescovi anglicani che entrano nella Chiesa cattolica e sono riordinati presbiteri, la Santa Sede concede di poter conservare le insegne episcopali, croce pettorale, mitra e pastorale.

Enrico Pierosara

 

domenica 10 gennaio 2021

FESTA DEL BATTESIMO DEL SIGNORE

Nella messa di questa festa liturgica, il vangelo di Marco (Mc 1,7-11)  ci racconta, con la consueta sobrietà di questo evangelista, l’evento del battesimo di Gesù presso il fiume Giordano.

Mi soffermo su una sola frase “E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli…”. I cieli in questo contesto non sono il cielo che ci sovrasta con le nuvole, le stelle, il sole e la luna, ma i cieli, definizione impropria a causa della povertà della nostra lingua, è “la dimora di Dio”, come leggiamo in molti testi biblici (Sal 33,13-14; 102,20; Is 63,15; Es 9,29; 2 Cr 30,27; At 7,49).   Ho citato solo alcuni esempi, ma nel Nuovo testamento ci sono tantissime citazioni sui cieli come “luogo del divino”, basta solo ricordare l’inizio della preghiera che ci ha insegnato Gesù: “Padre nostro che sei nei cieli”.

Ebbene, i cieli si erano chiusi all’uomo con la ribellione di Adamo, la relazione diretta con Dio era cessata.  Solo Dio poteva riaprire i cieli, dimora suprema di ogni aspirazione assoluta, all’uomo. Il profeta Isaia infatti invocava “stillate dall'alto, o cieli,… le nubi piovano il Giusto” (Is. 45,8).  Ecco che con l’incarnazione di Cristo questo è stato possibile, i cieli si sono addirittura “squarciati”, per usare il termine evangelico.  Grazie a Cristo, Dio con noi, al nostro battesimo che ci fa uno con Cristo e figli di Dio, la destinazione finale della nostra vita sono nuovamente i cieli, il luogo di Dio, il luogo dove potremo appagare i nostri desideri di assoluto. Scrive Paolo nella 1.a lettera ai Corinti (1 Cor. 2: 9) “..sta scritto: Sono cose che l'occhio non vide, l'orecchio non udì, cose che non entrarono mai nel cuore dell'uomo, quelle che Dio ha preparate per coloro che Lo amano. “ Questi sono “i cieli” aperti per noi.

Il battesimo di Cristo ci ricorda naturalmente il nostro battesimo.  Non capiremo mai abbastanza la grandezza, le implicazione legate al battesimo: il battesimo ci conforma a Cristo figlio di Dio, sacerdote eterno ed unico, re dell’universo e noi siamo speculari a Lui, siamo parte di Lui….Cristo ci ha detto “Io sono la vite, voi i tralci” (Gv. 15, 5)…Noi che viviamo in un ambiente ancora in parte rurale conosciamo la vite…il tralcio non è nulla senza la vite, potato, staccato dalla vite non è nulla, ma se è attaccato alla vite costituisce un tutt’uno con la pianta …è la vite, pianta e tralci.  Così è il nostro rapporto con Cristo, il battesimo ci ha reso quasi un altro Cristo…siamo come Lui “sacerdoti e re e profeti”, in che modo?   Noi per il battesimo che ci da un legame vitale, un solo corpo con Cristo, partecipiamo al sacerdozio di Lui unico ed eterno sacerdote….( lettera agli Ebrei, Cristo sommo sacerdote che offre se stesso in sacrificio), insieme a Lui ogn’uno di noi celebra nella Messa l’unica  liturgia, memoria viva della sua morte e resurrezione.  Il sacerdote che presiede la S. Liturgia, per il suo ministero dà a Cristo la sua persona e la sua parola, infatti ”in persona Christi” rinnova il mistero del Corpo e Sangue di Cristo, ma quando offre al Padre questo corpo e questo sangue per noi e per tutti, quando ringrazia Dio per ogni cosa, per ogni dono (questo vuol dire Eucaristia) lo fa non solo per noi, ma insieme a noi, usa infatti sempre il plurale.  Ogni preghiera, lode, offerta, ringraziamento, la facciamo, grazie al battesimo, sempre uniti a Cristo, come sacerdoti partecipi del suo sacerdozio, con Lui, in Lui e per mezzo di Lui. 

La terra ed il cielo e tutta la creazione lodano il Signore dice il salmista, lo lodano le acque, il sole, la luna, l’aria, il vento, ogni cosa della natura, ma lo lodano inconsapevolmente, come inconsapevolmente sono traccia della sua bellezza. Noi sacerdoti, per il battesimo siamo per ogni creatura ponte tra il cielo e la terra, in grado di portare a Dio la lode dell’intera creazione. Il Creatore ci ha fatti Signori della natura, Cristo unendoci a se ci ha fatto in sovrappiù sacerdoti, “pontefici” ponti tra la natura ed il Creatore. Noi che siamo materia spirituale e grazie a Cristo siamo anche partecipi della natura divina, siamo la voce cosciente di tutto il creato, portiamo al Signore la lode, l’amore, l’adorazione, il ringraziamento di ogni cosa, per la vita, per la bellezza per le finalità profonde ed ancora insondate di tutta la natura.  Isaia scrive quanto ho parafrasato: “ Mi glorificheranno le bestie selvatiche, sciacalli e struzzi, perché avrò fornito acqua al deserto, fiumi alla steppa, per dissetare il mio popolo, il mio eletto.  Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi.” Is 43, 20-21).  Questo è anche possibile in quanto, uniti a Cristo Signore e Re dell’Universo, partecipiamo fin d’ora della Sua regalità universale.   Scrivendo questo, mi viene in mente la bellissima vetrata della chiesa di san Giuseppe lavoratore a Fabriano che raffigura il Cristo risorto circondato dal tripudio di tutta la creazione, il mondo visibile e l’invisibile in festa che Cristo ricapitola tutto in se.   Nella preghiera pasquale “Regina Coeli” diciamo  “O Dio che per la resurrezione del tuo Figlio il Signore nostro Gesù Cristo hai rallegrato il mondo intero…”    Con il Risorto ci siamo anche noi che oggi, grazie al battesimo, possiamo comprendere e testimoniare al mondo questa gioia profonda che pervade tutta la creazione.  Anche questo è partecipazione al mistero di Cristo. Capite dunque come vivere in comunione con Cristo significhi per un cristiano una espansione impensata anche della propria umanità.   Dice il salmista al Salmo 82, 6,   versetto  che è ricordato anche  nel capitolo 34 del Vangelo in Giovanni:  “Io ho detto: «Voi siete dei, siete tutti figli dell'Altissimo».   Gli fa eco il papa san Leone Magno che scrive: “ agnosce, christiane, dignitatem tuam,  riconosci, cristiano la tua dignità”, la tua grandezza.

E’ un sogno dell’uomo ?   Un’aspirazione consolatoria che ci ripaga di tanti problemi della vita?  No.  E’ fiducia nelle parole di Cristo, fondata sulla realtà della sua resurrezione (se Cristo non fosse risorto, dice Paolo, allora si che saremmo stati degli illusi), fondata sulle parole dei Santi Apostoli che hanno testimoniato con la vita quanto hanno trasmesso: questa è la nostra fede, la nostra speranza.

Enrico Pierosara

 

 

mercoledì 23 dicembre 2020

Risposta ad un testo di Vito Mancuso tratto da “I Quattro Maestri”

In un testo tratto dal volume “I Quattro Maestri” di Vito Mancuso, l’autore nega l’esistenza del peccato originale, che a suo dire sarebbe stato inventato da Paolo di Tarso, concludendo che non essendoci alcun peccato d’origine che avrebbe portato la morte nel mondo, la morte di Cristo sarebbe stata non necessaria.   Non fu Paolo però ad ”inventare”, come pare dire il Mancuso, il peccato d’origine le cui conseguenze sono legate alla natura umana e a causa di questa all’intera natura, ma di peccato originale ne parla, molto ma molto prima di Paolo, la Sacra Scrittura nel primo libro: Genesi. Con il genere letterario mitico caratteristico delle letterature orientali, lo scrittore sacro ci racconta di un grave peccato dell’uomo e della donna a cui il Creatore aveva dato tutto, ma aveva solo proibito loro di non mangiare il frutto dell’”albero della conoscenza del bene e del male” (linguaggio mitico per comunicarci una profonda realtà), cioè la definizione di ciò che è bene e di ciò che è male non può che appartenere a Dio che ha fatto l’uomo e lo conosce intimamente. Anzi gli ha anche dato la coscienza interiore con cui comprendere liberamente quello che è buono e di quello che è male. Il testo biblico vuole dirci che senza un riferimento a norme trascendenti, che sono anche impresse nella coscienza di ogni persona, non è possibile per l’uomo determinare il bene e il male in modo certo. Se la definizione di quello che è bene e quello che è male fosse lasciata all’arbitrio dell’uomo ci sarebbe stato sempre il rischio che ogni individuo definisse il bene secondo il proprio tornaconto o secondo le proprie visioni della realtà con grandissimo rischio. Si è visto nella storia cosa è successo ogni volta che o un violento o un esaltato prese le redini di un popolo seguendo le proprie convinzioni di ciò che secondo lui è il bene: è la storia di tutte le dittature. Ritornando poi al racconto biblico l’uomo non solo si arroga il diritto sul bene e il male, ma togliendo questa prerogativa a Dio, si crede a sua volta onnipotente fino a credersi Dio. Infatti il tentatore gli suggerisce “sarete come Dio” (Genesi 3, 5). Gravissimo peccato di superbia tale da non vedere più i propri limiti portandolo al disastro. “Si accorsero allora di essere nudi” (Genesi 3, 7) cioè l'uomo e la donna si accorsero di essere niente, soli, senza più l'amicizia di Dio. Questo racconto delle origini è anche la storia dell’umanità e della società contemporanea che ripete il peccato dei nostri progenitori. Di tanto in tanto, l’uomo si crede Dio o gioca a fare Dio, ma non essendolo compie spesso disastri che portano sofferenza e morte. Il racconto della Genesi ci parla anche, sempre con il linguaggio del mito, dell’”albero della vita” (Genesi 2,9) precluso all’uomo, ma creato per l’uomo, con un significato molto profondo. Il desiderio di essere Dio sottintende l’aspirazione dell’uomo alla vita eterna, al superamento della morte, ma non essendo nella natura dell’uomo la capacità di vincere la morte, questa possibilità poteva essere data solo dal Creatore . Ecco allora che giungiamo a Gesù Cristo. Per assicurare all’uomo la vita eterna e la sua vita divina, Dio assume in Cristo totalmente la natura dell’uomo che ha creato, fa l’esperienza totale della vita umana fino all’esperienza della morte per vincerla riprendendosi la vita con la risurrezione del proprio corpo e innalzando la natura umana nel mistero di Dio. Ecco allora che era “necessaria” l’incarnazione e la morte del Cristo, contrariamente a quanto dice il Mancuso. Paolo dice queste cose e non ha inventato nulla. Anzi, raccontano gli Atti degli Apostoli che Paolo, prima di partire per i territori dell’impero romano per diffondere la fede in Cristo, si consultò a lungo con Pietro e altri apostoli per essere certo di predicare, senza sue interpolazioni, gli insegnamenti autentici di Gesù che lui non aveva conosciuto nella sua vita terrena. A me pare che a Mancuso sia mancata questa visione biblica per cui la vicenda del peccato dei nostri progenitori prelude e si conclude in Cristo e nella sua totale esperienza della nostra umanità, dalla alla morte e soprattutto alla sua vittoria sulla morte. Cristo che ci ha detto di se “io sono la via, la verità e la vita” ha indicato in se la strada per noi verso l’”albero della vita”.

Enrico Pierosara

 

 

martedì 21 luglio 2020

SAINT PRIVAT ÉVÊQUE DE MENDE ET MARTYRE.


Saint Privat a évangélisé les territoires de Gévaudan au III siècle et il subit le martyre au temps des empereurs Valérien et Gallien, entre le 257 et le 260.
Privat de Mende fait partie des grands saints des Gaules avec Denis de Paris, Saturnin de Toulouse, Martial de Limoges, Martin de Tours, Ferréol de Vienne et Julien de Brioude.
Grégoire de Tours lui donne le nom de « épiscopus urbis gabalitanae », soit « évêque de la ville de Gabalum». Il serait en effet le premier évêque du Gévaudan, bien qu'il y a mémoire d’un certain Sévérien comme évêque de ce territoire. Le terme Gabalum est l'autre nom de Anderitum (aujourd'hui Javols), alors capitale du Gévaudan, l'endroit n'est qu'un bourg. L’évêque Privat aurait été envoyé par Saint Austremoine,  premier évêque de Clermont et évangélisateur de l'Auvergne,  pour évangéliser le Gévaudan. La place originaire de l'évêché semble être cependant Anderitum, et non Mende. Il semble en effet possible que l'évêché, d'abord installé à Anderitum, ait ensuite transité par Banassac (à l'époque de saint Frézal) après la destruction de la capitale gabale, avant d'arriver à Mende. Le premier évêque à signer comme évêque de Mende étant Étienne, au Xe siècle.
Au IIIe siècle, la Gaule est envahie par les Alamans, conduits par leur chef Chrocus, à qui les historiens attribuent de nombreux pillages, dont le temple de Mercure au Puy de Dôme.  Des historiens récents, étudiant les diverses invasion barbares de la Gaule, aux IIIe, IVe et Ve siècles remettent en question la date de la présence des Alamans en Gévaudan, et par conséquent du martyre de Saint Privat.  Toutefois, le fait que le saint fut envoyé en mission par Saint Austremoine de Clairmont semble confirmer qu’il a bien vécu au IIIe siècle de l’ère chrétienne.    Quand les Alamans arrivent en Pays Gabale, les habitants se réfugient dans la forteresse de Gredone  (Grèzes, nom primitif de la ville de Mende) et résistent au siège deux années durant. Privat lui est en prière, retiré dans une crypte du Mont Mimat. Les Alamans finissent par trouver Privat et tentent de se servir de lui, comme otage, afin de parvenir à faire ouvrir la forteresse. Depuis les grottes où il vivait en ermite, il est tiré jusqu'au village de Mende, frappé, mutilé et fini à coups de bâton . Grégoire de Tours souligne que Privat aurait refusé de livrer son peuple malgré tous les supplices barbares qu'on lui faisait subir, «Le bon pasteur refusa de livrer ses brebis aux loups, et on voulut le contraindre de sacrifier aux démons».
Exténués, les Alamans auraient laissé libre les Gabales , se déplaçant plus au sud.  Privat, succombera à cause de ses blessures dans les jours qui suivent. Une légende populaire rapporte une autre version de son martyr. Ainsi il aurait été enfermé dans un tonneau, des clous étant pointés vers l'intérieur, et jeté dans la falaise, roulant de son ermitage jusqu'au pied de la ville. Ce sont des ronces qui auraient arrêter sa chute. La colline où le supplice aurait pris fin, au-dessus du quartier de la Vabre, se dénomme la colline du bourreau, sans doute en rapport avec cet épisode.
Son acte de résistance, refusant de livrer ses compatriotes n'en reste pas moins un fait.
Privat aurait été enterré au lieu où pris fin son martyr par Saint Ilpide, lui aussi originaire du Gévaudan qui serait mort martyr vers 257,  au pied du mont Mimat. Au-dessus de son tombeau fut fondée l'une des premières églises de la ville,  sur ce même lieu, vers l’année 1360, le Pape Urbain V fit ériger la basilique-cathédrale Notre-Dame-et-Saint-Privat de Mende, actuellement siège épiscopal du diocèse de Mende . Une chapelle avait été auparavant dressée à la même place, au-dessus du tombeau du Saint. Le roi des Francs Dagobert, serait venu en Gévaudan pour prendre le reliques de sainte Énimie, princesse mérovingienne fille de Clotaire II, de saint Hilaire de Mende et de Saint Privat. Il les aurait alors emmenées à Paris et déposées dans l'ancienne abbaye royale de Saint-Denis.   Les moines de Saint-Denis ayant obtenu de  Charlemagne, en l'année 775, le territoire de Salone, dans le diocèse de Metz, ils importèrent avec eux plusieurs reliques, dont celles de Saint Privat.  Deux documents, l'un par Fulrad, abbé de Saint-Denis, l'autre par Charlemagne, attestent ce transfert.   L'église de Salone est en effet sous le patronage de Saint Privat, comme c'est le cas de plusieurs églises et villages de la Lorraine et de la Moselle.  C'est un prêtre du Gévaudan, nommé Clockbert, qui ramènera le corps de Saint Privat en son Pays. Les habitants de Mende ont conservé ses reliques dans une crypte aménagée en dessous d’une chapelle, puis cathédrale de Mende. Cachées dans une crypte, ces reliques disparaissent vers 1110, mais elles furent retrouvées par l'évêque Aldebert III du Tournel, vers 1170 qui les fit alors transférer dans la crypte de la cathédrale de Mende.  Une grande partie de ses reliques ont disparu par la suite pendant les guerres de religions et la mise à sac de la cathédrale de Mende et encore pendant la Révolution française.     Ce qui reste des reliques du Saint (tibia) se trouvent actuellement dans la chapelle de l'ermitage et sont propriété du diocèse de Mende.   L’évêque Aldebert III autorisa la vénération des reliques de saint Privat, des pèlerinages jusqu'à la chapelle de  l'ermitage  ont commencé depuis lors jusqu'à nos jours. Ces pèlerinages ont contribué à la prospérité de la ville, devenue dans le temps capitale du Gévaudan. Vers 1315, l'évêque Guillaume Durand   instaure une collégiale (collège Saint-Privat-La Roche) à l’endroit de l’ermitage. Il sera incendié en 1562  durant les guerres de religion. La collégiale sera rétablie en 1584, et les frères ermites auront pour tâche de veiller sur les grottes ou vécut Saint Privat à partir de leur installation en 1673. Cet ermitage sera détruit à nouveau pendant la révolution en 1793, avec la saisie des biens du clergé.    Une nouvelle chapelle sera érigée en 1850  
On associe bien des miracles à l'intercession de Saint Privat, souvent invoqué pour protéger sa ville de Mende.  Dans les moment les plus sombres de la ville on a la perception que Privat combat aux côtés des habitants assaillis. Ainsi, au Xe siècle, Guy, comte d'Auvergne, assiège la cité de Mende et entend la piller. Tout à coup il a la sensation que le saint lui enfonce une épée dans le cœur, dans la panique, les assiégeants abandonnent la ville.  L'évêque Aldebert III du Tournel a laissé un témoignage d’ au moins  treize miracles attribués au saint.  L’écrivain de nos temps Félix Buffière raconte d’un chevalier nommé Gaucelme  qui voulut s'approprier d’une partie du domaine de l’évêché, dépouillant au passage les paysannes de leurs biens. Mais le chevalier ayant par ces actes méprisé Saint Privat, meurt subitement sans pouvoir réaliser son projet.
Plusieurs ermites ont habité au fil des siècles les grottes ou vécu le saint. Deux grottes naturelles sont aujourd’hui ouvertes au public, la plus haute des deux semblant être celle où les Alamans auraient trouvé l'évêque des Gabales.  La grotte accessible au public montre des béquilles et autres prothèses, ainsi que des messages de remerciements au Saint et à la Sainte Vierge.
                                                                                                                            Enrico Pierosara


BIBLIOGRAPHIE
-          Grégoire de Tours, Histoire des Francs
-          Gabalum Christianum
-          Félix Remize, Saint Privat, évêque du Gévaudan
-          Félix Buffière, Ce tant rude Gévaudan
-          P. Cubizolle, « Saint Privat de Mende : Premier évêque et martyr authentique : Martyrologe hiéronymien »,

 
NOTE : Les saints et bienheureux du diocèse de Mende :   Saint Firmin • Saint Ilpide • Saint Privat • Saint Frézal • Saint Véran • Saint Hilaire • Sainte Énimie • Saint Louvent • Bienheureux pape Urbain V